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Il finale di Lost? Prendetelo con filosofia

  Non sempre la televisione è una cattiva maestra. A saper ben guardare, la televisione può addirittura essere una maestra di filosofia. Proprio in questa settimana i fanatici fan della serie Lost, giunta alla sesta edizione, hanno fatto i conti con l'attesissimo episodio finale. Come ha giustamente notato Simone Regazzoni, nel suo La filosofia di Lost, una tensione filosofica permea l'intera narrazione e ne fa una sorta di philosophy fiction. Tutti coloro che hanno seguito con fervore gli episodi, hanno dovuto fare i conti con una sfilza di tematiche fondamentali: il concetto di verità, la complessità, la differenza tra realtà e finzione, l'esistenza di Dio o di un'entità che lo sostituisca, la pragmatica delle relazioni sociali. Aveva ragione Deleuze a dire che un libro di filosofia andrebbe scritto come fosse un libro di fantascienza? Nel caso di Lost pare proprio di sì. Il tema narrativo centrale della serie è quello della sopravvivenza su un'isola, alla Robinson Crousue,

Lost
 un topos abbastanza diffuso nell'opulenta cultura occidentale che immagina sé stessa alle prese con i rudimenti di una vita da ricostruire da zero in un ambiente selvaggio. Ma in Lost l'isola assume essa stessa un ruolo misterioso, diviene l'eco dell'Atlantide platonica o della Nuova Atlantide baconiaia, assume il ruolo di un personaggio a tutti gli effetti, capace di influenzare gli attori della storia. Si sente l'eco, in questo, della fenomenologia merleau-pontiana e della sua idea di un mondo che ha vita in sé e che comunica con noi. Spesso la narrazione avviene secondo il punto di vista di un determinato personaggio ed è così che lo spettatore ha una concreta idea di come la realtà non sia altro che un'interazione per nulla immobile e chiara di punti di vista, anzi di interpretazioni, con i quali si mescolano anche le visioni, i sogni, che hanno concretezza reale, un tema quest'ultimo, fondamentale nell'era della realtà virtuale. L'episodio finale, che si conclude così come si era avviato, con Jack Shepard che salva l'isola e i suoi superstiti dall'inabissamento auspicato dall'Uomo in Nero, si chiude con un primo piano dello sguardo di Jack, lo stesso sguardo che nel primo episodio vedeva il globo terrestre e dava vita al mondo. Sono in molti i fan che si dichiarano delusi dal finale. Forse dovrebbero considerare ciò che di positivo hanno imparato e prenderla con un po' di filosofia.

  • Gianni Maniscalco |

    Il finale di Lost è forse meno fantascientifico di quanto non si dica.
    L’isola è evidentemente il Purgatorio, ma un Purgatorio in cui si rischia di dannarsi, oltre che di emendarsi dai peccati passati.
    L’uomo del fumo nero è evidentemente il diavolo che ha interesse a far chiudere il luogo che permette alle anime di sfuggire alle sue grinfie.
    Il finale, nel complesso, chiude benissimo un percorso accidentato e complicato. Alla fine tutto torna. Erano tutti morti, ma avevano bisogno di purificarsi dalle cattive abitudini terrene (bere, uccidere il padre, truffare le coppie ingenue, etc.)

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