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Astuzie per essere buoni

Nello speciale di fine anno – un numero del Sole-24 Ore Domenica dedicato interamente all’Ottimismo –  dalla mia rubrica Filosofia_minima lanciavo una piccola sfida ai lettori. Raccontavo un breve episodio di generosità rispettosa dei possibili sentimenti contrastanti che le buone azioni possono suscitare, e che potrebbero anche renderle vane, e infine invitavo i lettori a spedirmi altri esempi della medesima lievità morale.
Tre delle lettere che mi sono arrivate sono state pubblicate nella rubrica Fermo_posta  di domenica 6 gennaio con una mia risposta nelle quale invitavo, alla luce proprio degli episodi raccontati e di alcune perplessità dei lettori, a continuare il gioco, che ora prosegue on line.
Altre lettere sono riprodotte qui. Non tutti sono esempi positivi, ma quelli negativi  dimostrano a maggior ragione l’assunto da cui ero partito: che essere generosi può anche produrre disastri e rovinare i rapporti tra le persone, e che dunque una certa dose di accortezza e persino di astuzia può essere necessaria. Credo che collezionare  casi concreti sia particolarmente utile per migliorare la nostra immaginazine morale.
Dunque, la raccolta continua. Se avete qualcosa da raccontare in proposito,  scrivete a armando.masssarenti@ilsole24ore.com

  • fabio |

    Bè, se può essere utile, un paradosso mi è capitato quando volli far contento un mio studente, e andai a vederlo giocare una partita di calcio una domenica mattina
    (invece che dormire..).
    Alla partita c’era anche la madre del ragazzo, che mi salutò, ma io non la riconobbi, al che lei m’indicò suo figlio.
    Preso dal ricordo, esclamai.. “Ha! Ho capito, lei è la moglie del papà con il riporto”!!!
    In un attimo capii la gaffe…. ma per fortuna la signora si mise a ridere, e tutto finì lì.
    X voler fare una buona azione ho fatto una figura pessima…

  • matasilogo |

    Maria Teresa di Calcutta aveva forse un atteggiamento di provocazione contro i mali del mondo come mi ha instillato da piccolo una suora devota. Ho fatto tanto volontariato anche in situazioni a rischio ed a lungo anche se sono stato ateo anzi poi agnostico. Non c’è bisogno di credere in un dio benevolo che è anche punitore per fare bene. Basta avere un feedbak che fa percepire gli effetti a lunga scadenza del proprio operato. La nostra società (e ne faccio responsabile anche la filosofia che non ha dato soccorso) ha troppa fretta e si cerca di avere profitto senza valutare i danni futuri. Il Nucleare produrrà scorie che non si saprà eliminare per 40000 anni o forse 2milioni di anni. Il tempo è una categoria che la mente dei frettolosi non percepisce. Non è fisiologica. Fino a 500 anni fa non si sapeva in che anno si viveva. Nel deshavu la mente fa confusione tra l’immagine vista e le sue copie che vengono distribuite nei vari centri nervosi e vengono mal-datate o pre-datate. Meglio sono le filosofie orientali Fare bene fa bene

  • matasilogo |

    Un contadino era appassionato di cavalli e con grande scrificio aveva comperato uno splendido esemplare. Purtroppo questo si è subito ammalato e il contadino ha dovuto chiamare il veterinario. Questo disse che medicine non esistevano per quella malattia e se non si riprendeva entro dieci giorni l’avrebbe dovuto abbattere. Questa diagnosi fu sentita da un maiale che grufolava nei dintorni e corse subito ad avvisare il cavallo. Ogni giorno il maiale implorava il cavallo di alzarsi e lo strattonava, ma lui non ce la faceva. Il decimo giorno arriva il veterinario e chiede al contadino come sta il cavallo e quindi si prepara alla bisogna. Il maiale corre dal cavallo e gli dice: “sei finito, ora ti fanno fuori se non ti alzi e corri subito via”. Il cavallo, con un potente nitrito si alza e passa davanti al boia ed al suo padrone. “Miracolo” esclama il contadino “facciamo festa: ammazziamo il maiale” Meditate gente , meditate.

  • Nicola Chiarulli |

    Caro Massarenti,
    purtroppo non mi è stato possibile leggere l’articolo di Steven Pinker quindi non posso sbilanciarmi più di tanto, ma voglio dirle che il pezzo dedicatogli domenica scorsa non mi è piaciuto granché. Mi ricorda un po’ quegli empirismi da salotto con cui – ad esempio – si vorrebbe dimostrare agevolmente che Dio non esiste o altre cosucce del genere. Sinceramente è un tipo di prestidigitazione che non mi diverte.
    D’accordo, è più che legittimo voler cercare questa sorta di “unità di misura” dell’eticità, che ci permetterebbe di sedere insieme a calcolare oggettivamente il bene e il male nelle nostre azioni o negli eventi della storia. Ma lei lo fa a prezzo di un fraintendimento un po’ triste.
    Diciamolo, lei ci pone sul tavolo una versione caricaturale di Madre Teresa: una beghina. E questo oscura il senso profondo della vita e delle scelte di questa donna. Quello che affascina in lei, infatti, non è il presunto “alone di santità” di cui sarebbe stata circondata (cosa di cui – con rispetto parlando – ce ne potremmo infischiare altamente). Affascina piuttosto proprio la “inutilità” del suo amare e quindi la sua misura assoluta.
    Ella diceva assai chiaramente che per fornire prestazioni sanitarie specializzate esistevano altri uomini, altre istituzioni, altre vocazioni. Lei non si occupava di questo. La sua vocazione consisteva nel tenere per mano un moribondo che di mani nella sua vita feroce, magari, non ne aveva strette mai. Quest’uomo sarebbe morto comunque, fino alla sera: quella carezza non ne poteva ritardare il decesso, come quasi certamente non avrebbe potuto più farlo ormai nessuna cura medica. Era un avanzo umano, un inutile recettore di dolore. Quella carezza l’aveva fatto morire però come una persona amata, sorridendo.
    Mi chiedo: che distanza c’è tra un uomo che muore in solitudine e lo stesso uomo che muore vicino a chi lo ama? C’è qui uno scarto di eticità misurabile con i nostri strumenti?
    Ebbene Madre Teresa ha ritenuto che valesse la pena spendere la vita intera per affiancare (non dico nemmeno “assistere”) i moribondi più poveri. Ha senso? Sono convinto che la sua profezia per il nostro tempo tragicamente utilitarista sia proprio questa limpida e, se vogliamo, banale affermazione: che nella storia c’è la possibilità e anzi l’esigenza di un bene “inutile”, non misurabile, tutto relazionale, affettivo, che forse non ne cambia le sorti ma senz’altro ne fa affiorare il senso.
    Con stima
    Nicola Chiarulli
    Acquaviva delle Fonti (BA)
    nicolachiarulli@gmail.com

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